venerdì 18 marzo 2011

Crema di daikon agrumata con gamberi e curry per Federica

Ciao a tutti!
Dopo la scorpacciata di gnocchi di castagne di questi giorni (che su suggerimento di Fausta ho condito oggi con la mia scorta invernale di pesto alla genovese, davvero buoni, grazie Fausta!), oggi ci vuole qualcosa di più delicato.
Delicato come il libro che ho scelto di candidare per il contest di Federica che mi ha invitata tanto gentilmente. E a cui rispondo volentieri.
Si tratta del romanzo Rakushisha, della scrittrice brasiliana Adriana Lisboa (tutta la sua bibliografia è stupenda, ve lo garantisce la sua traduttrice italiana, anche se per ora  sono stati tradotti solo due romanzi, ma speriamo ne arrivino altri!), edito dalla meravigliosa casa editrice sarda Angelica Editore.


Scusate, non riesco a parlarne in maniera sintetica, per cui vi riporto direttamente la quarta di copertina:
"Un viaggio dal Brasile al Giappone per imparare da capo. Imparare a camminare di nuovo, imparare chi siamo. Celina e Haruki: un’identità spezzata e un’identità mai cercata prima. Sarà il diario di Matsuo Bashō, il poeta giapponese della fine del diciassettesimo secolo, a farle incrociare casualmente e a unirle in un viaggio.
Haruki e Celina, l’illustratore e la donna che faceva borse di stoffa; compagni di percorso, eppure così distanti. Haruki non sa cosa abbia spinto Celina ad accettare quell’invito da uno sconosciuto, appena incontrato per caso su un vagone della metropolitana di Rio – fuggire, forse? Celina non sa se il viaggio di Haruki, il nissei, il carioca dagli occhi a mandorla che non parla e non capisce il giapponese, sia un ritorno all’origine oppure un inizio. Nessuno dei due sa se ci possa essere spazio per la condivisione, se i luoghi lasceranno su entrambi gli stessi segni, la stessa nostalgia, come nelle peregrinazioni di Matsuo Bashō. O se, invece, ci saranno due viaggi distinti, due solitudini che si sfiorano. “Il viaggio è sempre per il viaggio in sé”, ed è fatto al tempo stesso di momenti struggenti e di una quotidianità che forse è in grado di curare il dolore."

Perché questo libro? Beh, innanzi tutto vuol essere una piccola dimostrazione di solidarietà ai giapponesi le cui vite si sono sbriciolate in pochi minuti (e per quanto non sia mai stata in Giappone, nel tradurre questo libro mi sono calata in atmosfere e in una cultura affascinanti e avvolgenti, da cui è difficili restare immuni). E poi per il coinvolgimento emotivo, un ponte che l'autrice crea con delicatezza ed estrema poeticità tra i suoi personaggi e il lettore, trasportandolo in una realtà eterea seppur dolorosissima. Perché è un modo di parlare del dolore per la perdita dei propri cari che viene affrontato come una carezza, mai urlato.
E poi (scusate se mi dilungo, ora arrivo al quid) perché mi ricorda tanto il piatto che ho cucinato stasera! Ho preso spunto da una ricetta di Chiara Maci apportando il mio tocco.
E dunque ve ne parlo subito subito.

CREMA DI DAIKON AGRUMATA CON GAMBERI E CURRY


Ingredienti:
800 g. di daikon
500 g. di patate
1 scalogno
brodo vegetale
scorza d'arancia
scorza di limone
olio evo
sale e pepe
20 gamberi
curry

Procedimento:
Pelate e lavate il daikon e le patate. In una pentola fate dorare lo scalogno tagliato sottile e fate rosolare le patate e il daikon tagliati a cubetti. Unite la scorza di limone di arancia e poco alla volta il brodo vegetale, facendo cuocere finché le verdure non saranno morbide. Frullate con il mixer a immersione, aggiustate di sale e di pepe e tenete in caldo.
A parte nel frattempo sbollentate i gamberi con qualche scorzetta d'arancia, per dare un aroma più profumato.
A fine cottura componete il piatto, adagiando i gamberi sulla crema, spolverando con un po' di curry e rifinendo con delle fettine di pane leggermene tostato.


Delicato e minimalista, come un haiku giapponese, e buonissimo!
Bon appétit!!!

Con questo post partecipo al contest Cook the book di Federica:

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